di Daniele Radini Tedeschi
Molti artisti, in questo torrido caldo estivo, hanno fatto la valigia, chiuso a chiave l’atelier e sono partiti per le ferie con la speranza, a settembre, di vedere cambiate le cose. “Magari in autunno arriverà il meritato successo, il mercato mi accoglierà, garantendo il giusto posto che mi spetta. I miei lavori inizieranno a circolare negli ambienti giusti, comincerò a vendere con regolarità e il nome finalmente sarà consolidato a tal punto da darmi sicurezza”. Tante speranze, troppe illusioni.
Se lo Stato si prendesse cura dei suoi pittori, scultori e creativi, il problema sarebbe risolto, ma di mecenati come Lorenzo il Magnifico da secoli non se ne vedono in giro. Poi, considerata la situazione agghiacciante degli ospedali, della scuola e dei servizi, credo che la cultura sia per la Nazione l’ultimo degli impegni in agenda.
Però esiste il sistema dell’arte, rifugio e habitat degli artisti, luogo deputato al funzionamento del settore. Possiamo quindi confidare in esso? Se fosse trasparente, lineare e meritocratico, l’artista vivrebbe meglio, troverebbe sbocchi e risoluzioni per la propria professione. Purtroppo invece questo circuito non è solo torbido, ma anche truccato e arbitrario.
Innanzitutto cominciamo a vederlo per quello che è, ovvero un’autocrazia sovranazionale: a quei livelli non conta la nazionalità, poiché le leve del vero potere economico sono fuori dallo Stato. Non vigono quindi le regolamentazioni e le leggi interne, ma solo l’utilizzo brutale della colonizzazione economica che il sistema dell’arte, di matrice giudaico-anglo-americana, dispone attraverso due fasi: prima il ricatto implicito, poi la delega. Che tradotto significa: inizio col metterti spalle al muro, poi mi faccio delegare ogni tua scelta.
Pensiamo al sistema come a un’élite e iniziamo a chiamarlo l’apparato. L’apparato è formato da circa cento persone in tutto il mondo; non rispondono ai loro passaporti ma a una massoneria senza frontiere. Non esiste opposizione poiché hanno stabilito un monopolio che non prevede alternative: come un’autostrada a senso unico, nella quale se vuoi puoi uscire ma non è concesso percorrerla a ritroso. Quindi o sei integrato, o invecchi in autogrill.
Ma questo apparato da chi è composto? Precisamente da una cordata di direttori di museo e galleristi milionari, un vero e proprio clan che decide a tavolino carriere, premi e acquisizioni. Questa lobby internazionale è la regia unica che controlla tutto. E come fa a tenere i fili? Attraverso aste truccate che gestiscono i trend, prezzi gonfiati artificialmente e successi costruiti attraverso accordi occulti.
Anche il settore delle grandi mostre è strutturato per compiacere le agende ideologiche dell’apparato: i temi sono scelti da gruppi di interesse e non è ammessa la stroncatura (recensione negativa), poiché come in ogni dittatura non è dato opporsi.
Per l’apparato hanno senso solo opere che si rivelano veicoli di messaggi nascosti e non bisogna stupirsi di fronte a installazioni recanti note cifrate per le élite o performance cariche di rituali esoterici: il livello culturale del sistema è molto basso e pregno di fondamentalismo, oscurantismo e superstizione. Per loro esiste solo il pattern criptato come espressione di codici segreti: tanto più l’apparato resta opaco e non trasparente, tanto più il loro potere si mantiene inalterato.
Per difendere lo status quo, questi signori temono i nuovi arrivati, hanno paura degli artisti liberi e degli intellettuali dissidenti: i primi troppo innovativi per essere ingabbiati, i secondi fortemente ribelli per venire imbavagliati. E dunque operano con l’esclusione, il silenziamento, la potatura della carriera. “Perché non tocca mai a me?”, si chiede il bravo artista che da anni aspetta il meritato successo. Semplice: perché l’apparato non vuole farti entrare.
È possibile che, in tutto questo ingorgo, il pubblico non abbia l’ultima parola? Ebbene, l’avrebbe avuta se il sistema da anni non si fosse parallelamente impegnato in una manipolazione del gusto collettivo: hanno deciso cosa è arte, stabilendo orientamenti e tendenze. Non è più una questione di qualità delle opere, ma solo un arbitrario diktat dall’alto: o ti allinei o ti cancellano, ed ecco il ricatto esplicito più brutale. La cancel culture, introdotta dall’apparato per simulare un’alternativa, ha immesso all’interno della cultura la parola “cancellazione”, la cui memoria riporta ai roghi di libri del Savonarola o del Terzo Reich. Dopo essere arrivati a cancellare Cristoforo Colombo, diventa un gioco da ragazzi cassare un semplice artista, volenteroso di emergere.
Cosa fare allora? Di certo non è saggio affrontare il nemico con lo spirito di Don Chisciotte, attaccare il colosso illudendosi di avere armi per buttarlo giù. La soluzione più intelligente resta quella di aggirarlo, sapendo però di non poter fare affidamento su terze parti poiché, anche se non corrotte o colluse, esse risultano devitalizzate. E penso alle Accademie, alle Università, ai gruppi di lettura, ai collettivi, alle residenze e a tutto quel sottobosco che l’apparato ha lasciato in vita solo perché non minaccioso, innocuo e incapace di tangerlo. È come in una partita di poker, in cui i players (meglio dire i bari) sono al tavolo mentre i professori, gli accademici e i curatori occupano il posto di “angolisti”, ovvero di quegli osservatori a cui è concesso solo di guardare.
Circumnavigare il mostro però significa possedere una strategia ben precisa e applicare tattiche specifiche a seconda delle situazioni, navigando a vista e a mezza velocità. L’editoria e il web autonomo (siti-blog e non social) possono rappresentare una difesa storica, poiché fondati su tracciabilità e comunicazione. Anche la disposizione di cooperative può eludere l’apparato, garantendo agli artisti un margine di libertà all’interno di un microambiente alternativo, sviluppato per cerchi concentrici e non in senso globale. All’economia di mercato sovranazionale occorrerà opporre piccole tribù ideologiche, autonome e soprattutto autosufficienti. Ma la cosa più importante sarà, ogni giorno, quella di diventare individui migliori, lucidi, controllati e consapevoli, poiché solo così non gli consentiremo di manipolarci. Diventerà necessario parlare, scrivere, aprirsi e impegnarsi a cercare i propri simili attivando la legge dell’attrazione, ossia quell’istinto che ci porta a trovare persone affini. Non sarà facile, ma è l’unica soluzione disponibile.
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