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Il vero volto di Banksy (e non parliamo di nome o cognome)

di Daniele Radini Tedeschi

“Il muro è la pubblicità che si sottrasse sempre alla censura, è là dove fu consegnata la pura opinione popolare” – scriveva Carlo Dossi, ribadendo un concetto che dal tempo delle pasquinate e delle “fontane parlanti” rifletteva quell’ideale di vox populi, libero e autonomo.

Ma Dossi, acutissimo, in questa frase aggiungeva un termine fondamentale, ovvero “pubblicità”, volendo indicare non solo la libera espressione ma una vera e propria réclame di un’idea.

Come esiste la pubblicità su un manifesto, un cartellone uno schermo led, può anche essercene una su un muro.

Pensiamo al cosiddetto Lanciatore di fiori di Banksy, celebre stencil che raffigura un ragazzo in tenuta da manifestante (berretto al contrario, jeans, maglione ampio e una bandana che nasconde metà del suo viso) intento a lanciare un mazzo di fiori al posto di una molotov.

Quasi tutti, di fronte a questa immagine, provano un senso di stupore e lieta accondiscendenza: essa non rimanda alla guerra, alla violenza o al male ma, grazie alla sostituzione dei fiori al posto della bomba, appare un messaggio positivo.

Ricordiamo ad esempio quando, in piena rivoluzione hippie, circolava lo slogan “mettete i fiori nei vostri cannoni” e diversi giovani inserivano margherite nei fucili dei militari.

Quelli erano gli anni del Vietnam e la cultura sessantottina incitava alla ribellione contro l’imperialismo americano proprio attraverso claims venati di pacifismo. In realtà si voleva soltanto frenare l’America impegnata a porre in atto una politica estera tesa a contrastare l’espansionismo comunista della Cina e dell’Unione Sovietica nel Sud Est Asiatico.

“Mettete i fiori nei vostri cannoni” era dunque uno spot elettorale espresso attraverso un circuito alternativo, non ordinario, ma capace di funzionare molto di più rispetto a un manifesto. Banksy fa un gioco sottile basato sui contrasti: il manifestante-guerrigliero o autonomo pro-Palestina e anticapitalista-divide l’opinione pubblica tra chi parteggia per la sua rivoluzione e chi, più borghese, ne critica la violenza verso le autorità e le forze dell’ordine.

Quando al posto dell’arma però compaiono i fiori, simbolo di amore, purezza, fragilità, ecco allora venir meno l’aspetto divisorio, il quid che rendeva quel soggetto non unanimemente accettato.

Tutti, ma proprio tutti, adesso parteggiano per quel ragazzo, libero, ribelle, ma innocuo, sognatore, pacifista.

Risultato della pubblicità? Semplice: i guerriglieri sono buoni. Durante uno scontro, tu popolo, avrai simpatia più per il “lanciatore di qualcosa” che per il poliziotto manganellatore.

È sì perché Banksy nel suo portfolio ha diversi lavori dedicati in cui prende di mira proprio poliziotti e militari. A volte li ridicolizza in baci omosessuali, altre ne sottolinea l’abuso di potere quando perquisiscono una inerme bambina; li ritrae mentre prendono a manganellate un Simpson oppure nell’atto di puntare un’arma verso un minore.

Ciò che voglio dire è che Banksy veicola tramite i suoi lavori un’ideologia ben precisa, connotata da specifici dettami politici e dichiarati orientamenti. Non è questa la sede per entrare nel merito alla bontà o meno del suo credo sociale, ciò che deve emergere è l’uso pubblicitario/propagandistico del suo linguaggio, dai più reputato arte. Analizziamo questo aspetto.

Nella nostra epoca la comunicazione è arrivata a un punto morto: non riesce più a meravigliarci e il linguaggio pubblicitario cerca continuamente di aggiornarsi e resettarsi. Siamo tutti diventati poco sensibili verso una comunicazione convenzionale e le vecchie réclame incentrate sul prodotto ci appaiono fraudolente (si veda quanto da me scritto a proposito di Oliviero Toscani).

Gli attivisti hanno elaborato quindi un nuovo codice espressivo, incentrato sul saltare all’occhio e scuotere dall’immobilismo e dal torpore dei vecchi media. Il carattere abusivo di una pubblicità collocata su un muro e non in un contesto a lei riservato (il cartellone stradale o il manifesto) conferisce verità al messaggio trasmesso, quel senso di vox populi che sa di genuino, umano, non filtrato dal sistema.

Il segno sul muro vuole sovvertire le istituzioni e grazie all’alta visibilità (e alla gratuità) arriva a parlare allo stomaco del pubblico. È come se la contestazione abusiva fosse un sintomo corporeo, una reazione epidermica alla pelle della città.

Per di più, i lavori di Banksy sono piacevoli, dilettevoli, figurativi e dunque comprensibili. Non si esprimono col linguaggio referenziale della vecchia e stantia advertising, ma sono una pubblicità di tipo mitico in cui gli oggetti sono rivestiti di valori aggiunti, evocativi e morali. Egli fa leva sull’emozionalità non sulla ragione, poiché nel mondo dello spettacolo ciò che conta è la società dell’immagine.

Banksy vuole vestire i panni dell’outsider opposto agli insiders borghesi, capitalisti e imperialisti ma non calcola che se realmente il mondo fosse diviso tra questi due approcci, il ben più ristretto “mondo dell’arte” sarebbe governato esclusivamente da quegli outsiders di cui egli fa parte. Dunque sarebbe contro il mondo in generale ma allineato alla dottrina del piccolo mondo dell’arte.

Nel sistema dell’arte troneggia il politicamente corretto, il buonismo, il sussiego radical chic e nel mercato, anche la lobby ebraica deve tenere nascoste le proprie idee sulla Palestina.

L’arte contemporanea è un monopolio ideologico, puoi entrarci e fare soldi a palate ma l’importante è che affermi il tuo disprezzo per il denaro e la tua avversione per qualunque tipo di ordine costituito. “Parigi val bene una messa” diceva Enrico IV, dopo aver rinunciato alla sua fede ugonotta pur di diventare un cattolico re di Francia.

La Street Art di Banksy è pubblicità di merce outsiders: con un carattere parassitario vuole sovvertire il contesto utilizzando le strategie comunicative metabolizzate ma rielaborate attraverso distorsione, shock e straniamento.

Appare come un “artivista” ingaggiato nelle stesse battaglie della sinistra radicale (migranti, Palestina, ecologia, gender etc.) e quindi integrato nella Rive gauche dell’intellighenzia postsessantottina, per nulla alternativa al sistema culturale dominante. Il fascino dell’illegalità e l’anonimato confezionano il culto di questo santino della guerriglia.

Ma ora siamo arrivati al punto nodale. Banksy afferma di essere libero da autorità, agenti, gallerie, mercanti ma in realtà è sottomesso al messaggio che, onnipresente nei suoi lavori, lo rende un servo.

Per capire quest’ultimo punto bisogna tornare a un minuto prima di Banksy, a un centimetro di muro precedente il suo primo spruzzo di vernice. Perché un conto è la Street Art dei post-graffitisti (retorici, engagés, politicizzati), ben altro discorso va fatto sui graffitisti degli anni Novanta, ragazzi sbandati senza velleità… aborigeni ma pionieri.

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