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Finire in bellezza: ha ancora senso essere pittori astratti nel 2026?

di Daniele Radini Tedeschi

Siamo nella metà del 2026 e, a dire il vero, si fatica a intravedere grandi sbocchi per l’arte contemporanea; anzi, proprio nel voler essere oggettivi, da almeno quindici anni la situazione appare bloccata e stagnante. Eppure tutto intorno continua a procedere: il sistema-formicaio sembra attivo, ogni giorno si apre una mostra, di sera si brinda a un vernissage, in asta si batte sempre un nuovo record, le Biennali vengono prese d’assalto, il web è tempestato di immagini artistiche, la gente scatta cinque miliardi di fotografie al giorno; insomma, quest’apparente mobilitazione tende a farci credere che il “paziente” sia ancora in salute e non certo in coma.

In questi frangenti, la cosa più semplice sarebbe restare immobili e, come Verlaine, comporre acrostici indolenti dinanzi al passaggio dei grandi barbari bianchi. Apparirebbe un gesto decadente, raffinato e bizantino per certi versi, ma non coinciderebbe con una tattica difensiva. Significherebbe accettare la resa, agire da disfattisti, assistere eleganti alla dissoluzione e all’annientamento.

Invece ritengo che, anche in tempi complessi e critici come quelli attuali, la cultura possa ancora fare tantissimo e che sia dovere di tutti noi, specie degli addetti ai lavori, impegnarci a difendere l’avamposto.

Ma per proteggere occorre avere le armi giuste e, parlando in prima persona, durante questa complessa fase epocale, mi sembra di sapere soltanto ciò che ho dimenticato.

Sembra un paradosso, ma le continue “distrazioni di massa” hanno portato l’uomo moderno, e quindi anche il sottoscritto, in una altrettanto moderna Ogigia virtuale, luogo di oblio e dimenticanza collettiva.

Ma partendo dall’affermazione – di musicalità dannunziana – “Io so quel che ho dimenticato”, conserviamo una sorta di anticorpi culturali, come quelli di una malattia virale presa da bambini e tenuta accucciata e silente sino alla vecchiaia. Ed è forse proprio grazie a questi anticorpi che possiamo ancora fidarci del fiuto, del gusto e di tutte quelle effimere e indecifrabili sensazioni che portano a formare un giudizio estetico sulla nostra epoca.

Perciò nasce la riflessione.

Ad esempio, dopo Giotto l’arte figurativa avrebbe potuto arrestarsi, crogiolarsi sui meriti assoluti del pittore di Bondone rispetto al passato, vedere la sua arte come “non plus ultra”. E invece il figurativo è andato avanti, eccome, sino a Raffaello, poi Caravaggio, Velázquez, gli Impressionisti sino a Bacon e oltre. Pertanto, alla luce di questa fiducia nel progresso, per quale motivo l’astrazione, nata molto più tardi e vissuta assai meno, pare non avere più diritto a un suo naturale svolgersi migliorativo? Sembra infatti che dopo Pollock da un lato e Rothko dall’altro sia diventato difficilissimo trovare una strada, uno sbocco e uno sviluppo. Credo sia più un fatto di credibilità, di status raggiunto: un preconcetto.

L’arte figurativa da sempre ha rappresentato la realtà per mezzo della forma e del colore, cercando di creare, in modo fedele, un’immagine capace di raccontare qualcosa, esprimendo un significato riconoscibile dalla comunità. Questo senso di appartenenza prodotto dall’arte figurativa è invece totalmente assente in quella astratta, la quale non vuole rappresentare il reale, il visibile o il materiale ma, come dice la parola stessa, “astrarsi” dal mondo, abbandonando ogni verosimiglianza o rassomiglianza. Usando le parole di Kandinskij, essa risponde unicamente alla “necessità interiore”, al di là di canoni, forme o archetipi, tanto da rimanere soggettiva rispetto all’oggettività di lettura di quella figurativa. In tal guisa, trasferendo la dimensione entro un perimetro tutto interiore, occorre notare che a far la differenza sia non tanto il soggetto, il titolo, la dimensione, quanto l’io profondo di questi artisti così introspettivi: scandagli del loro stesso spessore, diapason della propria intensità.

Ebbene, oggi, nel voler annoverare le personalità più sensibili in materia di astrattismo, si correrebbe sempre il rischio di elencarne sì alcune senza però trovare le “parole giuste” in grado di farceli apparire innovatori. Tornerebbe l’annoso discorso che non consente all’arte astratta di vivere il suo coerente sviluppo, privandola dei secoli – avuti a disposizione dal figurativo – necessari per poter esprimere il suo flusso di ricerca. Per questo motivo ho voluto intitolare il presente pezzo “Finire in bellezza”, evitando la pesante necessità di dover scovare sempre il nuovo, il cominciamento di una rinnovata fase storica, la sorgiva scoperta del non detto. Ho voluto quindi guardare a loro come attuali testimoni di un culto vecchiotto ma non millenario, tuttavia quasi estinto; simili a monaci anziani rintanati nell’estremo romitaggio del tempo, li ho trovati nichilisti a tal punto da disinteressarsi della realtà poiché concentrati solo sulla propria lezione.

Proviamo a osservarli così, non come artistar o recordman, ma come sparute personalità mistiche e spirituali, operose nel silenzioso alveare, tutte intente all’escavo interno, alla sublimazione delle mode, alla rarefazione delle sovrastrutture, alla pulizia del chiasso.

Perché forse il vero astrattista sa soltanto ciò che ha dimenticato.

La condizione in cui risiede l’arte astratta è quella dello stallo, momento critico di impossibilità d’azione. Tuttavia lo stallo non è una resa; anzi, giocoforza concentra assieme l’amaro in bocca per un mancato sviluppo ma anche il respiro di sollievo verso un crollo evitato.

È il massimo della neutralità indotta ma anche la devitalizzazione di ogni proseguimento: la sua forza risiede nel non essere un atto sterile, ma nel rappresentare un blocco. Cosa altro si può cancellare oltre rispetto a quanto fatto dai mostri sacri dell’eliminazione? Ora che è stata cassata la forma con l’informale, la materia con l’immateriale, la figura con l’aniconico, quale altro modello si può abrogare per giungere al grado zero, al cosiddetto Nullpunkt?

Io credo che, nell’attuale stato tecnocentrico delle cose, l’artista astratto oggi non voglia cancellare ma testimoniare l’azzeramento, la negazione, il vuoto; infatti anche l’arte astratta è condannata a restare antiquata nelle sue capacità di pensare, di immaginare, non riuscendo a stare al passo con ciò che “l’uomo tecnologico” è in grado di produrre.

Ma, a differenza del figurativo, all’astrattismo non resta la protezione della forma e della narrazione, quindi finisce per mancare di comunicazione. Le masse saranno sempre più soggiogate da un’opera-réclame/manifesto di un Banksy rispetto al mutismo introspettivo di un dipinto “senza soggetto”.

Inoltre, il capitalismo e la tecnologia hanno formulato un contesto di vita-vendita basato su oggetti spendibili, interfacce più umane possibili, telefoni identitari (iPhone già nel nome reca la “i” di individuale), ego replicati come stanze degli specchi: tutto ciò ha indirettamente generato un allontanamento dalla dimensione nascosta, oscura e perturbante di quello che Freud chiamava Es. In un quadro astratto non ci sono soggetti definibili ma parvenze, componenti primitive della psiche, pulsioni e bisogni primari tenuti in deposito entro quel grande serbatoio di energia vitale. Radiografie dell’anima e della libido, i quadri astratti conservano l’atmosfera, il ricordo, il déjà-vu, la rimozione e resistono in una discarica di scarti mescolati assieme, dunque fusi e amalgamati in stratigrafie sedimentate, dense velature.

L’annientamento però possiede una natura doppia, o meglio bifronte: da un lato esprime la saggezza della cecità (Tiresia), dall’altro afferma la cosiddetta cecità verso l’apocalisse, che declinato in un discorso diretto significa “l’arte sta andando verso il più volgare dei destini, e noi astrattisti ristagnammo nel limbo”.

Infatti, a voler perimetrare l’area dantesca in cui possono sostare questi “spirti”, figurerebbe oltre al limbo anche tutto il monte del purgatorio, regno ultramondano di purificazione. Infatti il loro percorso non è altro che un continuo mondare, depurare e spurgare la realtà oggettiva per tendere verso l’assoluto. D’altronde, nessuno stile artistico è veramente innocente.

Durante questa purificatoria quanto ingenua attesa del nulla – calendario su cui è costituita la nostra epoca – l’astrattismo è diventato più indefinito, non tanto formalmente quanto a livello progettuale; pertanto risulta meno liberatorio ed efficace rispetto ai suoi albori avanguardistici. Non ha più nulla da dire semplicemente poiché non ne vale la pena: può limitarsi alla constatazione senza via d’uscita, al cul-de-sac, e quindi si potrebbe parlare di “astrattismo freddo”. Come solevano fare gli antichi quando costruivano vicoli ciechi all’interno delle loro città per disorientare eventuali nemici durante gli assedi, gli astrattisti freddi tracciano un labirinto involontario dal forte senso disorientante.

Serrato, incomunicabile senza spiragli verbali, dunque non verbalizzabile, muro compatto circondariale dell’evidenza, privo di struttura fisica, misurato in dimensioni apparenti, ermetico nella sua operazione chiusa, questo astrattismo freddo può solo riempire il vuoto abitato altrimenti da emblemi, parvenze.

Prima voleva cancellare, disdire, essere sipario calato sulla tradizione; adesso vive (sopravvive o vivacchia) senza scopo, limitandosi a esistere senza più essere. Ma forse era proprio questo il fallimento che meritava, l’habitat suo precipuo in cui doveva finire e con le più consone condizioni per restare. L’astrattismo rimane un cappotto dimenticato, su un attaccapanni d’estate, in una casa da demolire.

D’altronde, la vita non è forse soltanto una violenza astratta, senza senso?

© 2026. Daniele Radini Tedeschi e © Atlante dell’Arte Contemporanea. Riproduzione riservata. Tutti i diritti sono riservati.